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Lo stento dell’esercizio di libertà autonomiste

È inutile sottolineare qui quello che ormai tutta la pubblicistica ha ampiamente sviscerato; e cioè che proprio in questi strati, in questo sistema di relazioni economico- politiche sta la matrice dell’attuale forma di infiltrazione mafiosa nei poteri dello Stato e della regione. Per combattere la quale è certamente necessario che sempre più larghi settori di magistratura e polizia giudiziaria partecipino con volontà e dedizione alla repressione degli aspetti criminali di tale attività. È altresì necessario da un lato per sostenere e stimolare l’azione di questi poteri e dall’altro per rendere più difficili e in ogni senso costosi i legami tra potere politico e potere mafioso una azione continua di denuncia e mobilitazione dell’opinione pubblica, il tenace dispiegarsi della cultura dell’antimafia.

Ma il momento decisivo, oggi come ieri, della lotta contro le forme storicamente attuali del fenomeno mafioso è quello della mobilitazione dei vasti interessi e strati popolari, sociali e culturali, il cui affermarsi è bloccato dalla presenza del parassitismo mafioso, che mai può creare nuova ricchezza e nuovo sviluppo, ma solo appropriarsene, devastando le potenzialità di risorse da investire, in nuove produzioni e redditi.

Mobilitazione e lotta, dunque, per ottenere radicali riforme negli indirizzi e negli strumenti di intervento pubblico nell’economia siciliana: dai regolamenti comunitari mi principali prodotti agricoli (vino, ortofrutta, olio, ecc.), alle leggi sugli appalti e sulla spesa pubblica, all’abolizione della Cassa per il Mezzogiorno, alla riforma del sistema delle banche e delle mirine, dalla riforma degli enti economici vecchi e nuovi operanti nelle campagne e nelle città siciliane al decentramento della regione e cosi via. Solo il più ampio dispiegarsi degli istituti di democrazia, di partecipazione e decentramento, solo un rilancio dei valori fondamentali dell’autonomia intesa come strumento di radicali riforme e creatrice di un tessuto generale e diffuso di autonomie locali, può costituire i l terreno su cui superare in modo stabile sia la arretratezza politico-culturale e sociale che i l fenomeno mafioso, ma soprattutto di superare la crisi dell’autonomia siciliana. Ma esistono, in Sicilia, le forze per lottare con prospettive di successo e superare questa crisi che rende persino anomala la situazione dell’isola rispetto allo sviluppo economico e civile anche di vaste zone del Mezzogiorno? Oppure questo stato di cose è ineluttabile perché corrisponde a nuovi equilibri tra le classi e nella società siciliana? Cioè, esaurita la spinta fondamentale delle masse contadine nella pur parziale riforma agraria attuata e nella emigrazione causata dalla crisi agraria, — susseguenti negli anni cinquanta e sessanta al processo economico distorto tipico delle zone forti dell’Italia e dell’Europa, — ridotto nel numero e nella prospettiva i l ruolo di alcuni tradizionali e limitati gruppi di classe operaia, è possibile pensare a un ritorno a grandi movimenti di lavoratorie di popolo, diversi certamente come schieramenti sociali, espressione di bisogni e piattaforme nuove, ma di analoga portata? È possibile ridar vitalità a una dialettica sociale ed economica senza la quale non può esistere sviluppo democratico e politico?

La Sicilia degli anni ottanta è certo molto diversa dalla Sicilia degli anni quaranta, cinquanta e sessanta. Ma questa diversità non è sempre in peggio, come le vicende tragiche, tumultuose e a volte squallide di questi ultimi anni, le crisi politiche, morali, l’insorgere della criminalità mafiosa potrebbero indurre a pensare.

Un progetto speciale

In ragione di questa iniziativa e di questa presenza una quota delle importazioni di metano algerino è riservata alla Sicilia. Questo diritto l’isola non l’ha potuto esercitare perché ad essa come a tutte le altre regioni del Mezzogiorno è stato affidato dalla legge nazionale di programmazione del settore un compito puramente consultivo. I comuni e le aree industriali hanno e propria fonte di norme che creano diritti e doveri per i cittadini e per tutti gli operatori pubblici e privati.

Il progetto speciale, sia che si tratti di problemi urbanistici, agricoli o delle zone interne, sia che si tratti di determinate aree industriali o turistiche, stabilisce non solo dove e quando devono essere costruite le opere di competenza pubblica, ma quali sono i soggetti pubblici e privati che hanno diritto a ottenere determinati incentivi e agevolazioni, a quali condizioni, ecc. Per questa via tutte le regioni meridionali a statuto ordinario (e speciale) vengono a essere private di poteri di iniziativa e di decisione che nelle altre regioni a statuto ordinario invece sono stabilmente assicurate alle regioni stesse per quanto riguarda i progetti che si riferiscono al loro proprio territorio e, per i progetti comuni, attraverso iniziative concordate tra le varie regioni interessate. La situazione diventa drammatica in Sicilia, dove i progetti della Cassa interferiscono anche in questo caso con poteri più ampi che nelle altre regioni.

Le conseguenze dell’erosione del potere legislativo operata attraverso l’interpretazione e gestione dei poteri comunitari, delle pratiche di programmazione e di cosiddetto intervento straordinario nel Mezzogiorno che abbiamo sopra descritto, se risultavano gravi per l’autonomia siciliana, per una istituzione cioè dotata di poteri ampi e soprattutto collaudati da esperienze, positive e negative, che risalgono al 1947, a maggior ragione assumono carattere catastrofico per le regioni a statuto ordinario nate proprio negli anni settanta; nel periodo, cioè, in cui — pour cause — queste manovre si sono più ampiamente dispiegate.

Vorrei dire di più. E cioè che aspetti non secondari di quelle politiche sono state ispirate e realizzate proprio da forze conservatrici (sociali, burocratiche, politiche) che, a ragione, temevano più di quanto la sinistra fosse in grado di concepire o forse di auspicare, le straordinarie potenzialità rinnovatrici delle istituzioni autonomistiche. E, ancora, è attraverso questi espedienti che alle popolazioni delle varie regioni, e di quelle meridionali in particolare, sono state consegnate non vere autonomie regionali ma larve istituzionali non solo non abilitate a contrastare ed equilibrare quanto di accentratore — e in definitiva di antidemocratico — c’era nei nuovi processi e nelle nuove tendenze ma persino a rimuovere i più vistosi effetti negativi dei residui del vecchio Stato accentrato. Domandarsi perciò se l’istituzione delle regioni a statuto ordinario abbia favorito o no lo sviluppo della battaglia meridionalista è certamente lecito, ma non so quanto utile e producente per chi non si proponga la conservazione i l più a lungo possibile del vecchio Stato o non cada nel miraggio di una modernizzazione da ottenere attraverso forme di centralizzazione tecnocratica o, come si dice oggi, « decisionista ».

Potestà legislative e limitazioni

Questi interrogativi sono d’obbligo se si considera l’omogeneità della « cultura di governo » dell’attuale vicepresidente della commissione Natali con altri esponenti meridionali del suo partito, se si considerano le sue prese di posizione come ministro dell’agricoltura della repubblica italiana al momento dell’approvazione delle direttive comunitarie, se si considerano i collegamenti tra le burocrazie nazionali e quelle comunitarie e il modo in cui sono reclutati, lottizzati e promossi i funzionari italiani della Cee (fatte le debite eccezioni).

La vicenda delle limitazioni troppo facilmente accettate della potestà legislativa della regione siciliana (e delle altre regioni) è una vicenda in massima parte artificialmente montata da interessi parassitari, clientelari, di classe (italiani e siciliani) che ritengono, non sempre a torto, di poter essere difesi meglio e con minori costi politici attraverso l’espediente dell’intervento comunitario lontano e irresponsabile che non direttamente, in uno scontro parlamentare a livello regionale (o nazionale) percepibile dalla massa dei produttori e dei cittadini interessati. Deve costituire elemento di riflessione per tutta la sinistra, anche dopo le elezioni europee, questa situazione che a un tempo blocca l’autonomia delle regioni, svilisce i l processo di integrazione comunitaria a espediente di sostegno del più squallido sottogoverno siciliano e meridionale, che indebolisce nella dialettica comunitaria la difesa degli interessi reali del nostro paese a Bruxelles, e in definitiva nuoce allo stesso necessario e auspicabile processo di costruzione dell’Europa comunitaria. L’uso distorto dei poteri della Cee amplifica le già grandi conseguenze negative della politica comunitaria nei confronti dell’agricoltura siciliana e meridionale in genere, penalizzata non solo dalla maggiore protezione accordata alle produzioni continentali (franco-tedesche ma anche padane) ma impedita nel suo sviluppo da regolamenti per i prodotti mediterranei che dovrebbero compensare questo squilibrio (l’olio d’oliva, gli agrumi, il vino) e che invece sembrano fatti apposta per favorire tutte le posizioni della rendita, degli interessi parassitari e mafiosi e bloccare processi di rinnovamento delle strutture produttive e di trasformazione e commercializzazione.

Il secondo processo di erosione dei poteri legislativi della assemblea regionale va riferito al modo in cui è stata portata avanti dai governi di centro-sinistra prima, dai governi di solidarietà nazionale successivamente e ora dal pentapartito la programmazione nazionale, e soprattutto al modo del tutto lesivo delle autonomie regionali in cui questa è stata gestita da organismi quali il Cipe, il Cipaa ecc. M i pare perfino superfluo insistere, ad esempio, sull’esperienza della legge Quadrifoglio (e delle altre leggi quadro), sulle polemiche verificatesi nel movimento al momento della loro discussione, sull’assoluta inadeguatezza e ritardo dei documenti programmatici (elaborati dalla burocrazia del ministero dell’agricoltura), sul blocco e comunque sul rallentamento che queste procedure hanno indotto nella normativa e nella spesa regionale. Voglio però portare un esempio di un settore non agricolo; l’esempio della legge che prevede l’elaborazione e l’attuazione di un piano per la metanizzazione del Mezzogiorno in concomitanza con la costruzione e l’attivazione del metanodotto italo-algerino.

L’idea del metanodotto nacque in Sicilia. Promotore di questa iniziativa fu l’Ente minerario siciliano. Nella società titolare della costruzione e della gestione del metanodotto è presente, cosi come nel consiglio di amministrazione, la regione assieme alla Snam e alla Sonatrac algerina.

Lo svuotamento delle potestà legislative

Come del resto risultò evidente quando, allontanatisi i comunisti dalla maggioranza, il centro-sinistra fu in grado di riproporre lo stesso governo, gli stessi uomini e lo stesso programma (inapplicato prima e dopo) attraverso la più breve crisi della storia dell’autonomia (otto giorni).

Nessuno dice che bisogna ricercare sempre e comunque una difformità tra le soluzioni politiche nazionali e quelle regionali. Qui si vuole solo sottolineare che le soluzioni imposte attraverso un pantografo politico alle istituzioni locali in genere, e a quella siciliana in particolare, contribuiscono a creare condizioni di distacco delle istituzioni dalla realtà economica, sociale e politica.

In questo clima politico di omologazione si sono sviluppati processi di svuotamento delle potestà legislative della regione. Voglio segnalare almeno tre di questi processi. Il primo e forse il più grave deriva dal modo in cui è stata concepita e attuata l’integrazione del nostro paese nella Cee. Tanto pili si crede nella necessità di una Europa unita per i l progresso e la pace, tanto pili si ha i l dovere di criticare e lottare contro ogni forma di strumentalizzazione e deviazione delle istituzioni comunitarie per fini particolaristici che possono compromettere non solo interessi economici e sociali e conquiste democratiche del popolo siciliano (e italiano), ma lo stesso sviluppo — anche per questo motivo oggi cosi incerto — del processo di integrazione europea. Strumentalizzazioni e deviazioni che risultano evidenti in particolare per i l modo in cui sono state applicate in Italia (e va sottolineato in Italia perché di fatto negli altri paesi l’applicazione delle stesse norme avviene in modo differenziato) le norme del trattato di Roma riguardanti la politica agricola comune e la politica di concorrenza. Sulla base della legge nazionale di recepimento delle direttive comunitarie di mansholtiana memoria è stata riconosciuta alla commissione esecutiva della Cee (per tutti gli altri paesi della comunità la Cee si guarda bene dall’esercitare con lo stesso rigore poteri analoghi) i l diritto di valutare la conformità ai principi di queste direttive cosiddette strutturali non solo delle norme relative a leggi che utilizzano parzialmente finanziamenti comunitari, ma anche le norme relative a leggi che utilizzano finanziamenti nazionali o regionali.

Il problema non riguarda solo la Sicilia ma ovviamente tutte le regioni e persino la legislazione dello Stato. In Sicilia è più grave perché viene a ferire un potere più ampio costituzionalmente garantito e largamente esercitato. Oggi, un semplice telex firmato da un semplice funzionario della Cee (e non da un membro della commissione) può bloccare per mesi e per anni provvedimenti legislativi di interesse generale o particolare approvati  da quella stessa assemblea che poté approvare la legge di riforma agraria con i l limite della proprietà privata con i l solo controllo della Corte costituzionale. Questo intervento preventivo e successivo di un organo esecutivo e burocratico sul potere legislativo, questo intervento del tutto sconosciuto in uno Stato di diritto e comunque estraneo allo spirito e alla lettera della costituzione e dello statuto siciliano risponde a esigenze del processo di integrazione comunitaria? O costituisce invece una metastasi di collegamento tra le degenerazioni del sottogoverno proprie e degli assessorati della regione siciliana e del ministero dell’agricoltura con gli ambienti della commissione Cee?

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